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20.3.
Prestare sementi
Le biblioteche non offrono solo la possibilità di noleggiare libri, audiolibri o film: numerose biblioteche mettono a disposizione anche i semi. Si tratta di un’offerta che non mira solo a garantire l’accesso ai semi al maggior numero possibile di persone, ma incoraggia anche la conservazione e lo scambio del maggior numero possibile di varietà diverse.
Il «periodo di prestito» dei semi dalla biblioteca dura un po’ più a lungo di quello di un libro, ovvero una stagione di giardinaggio. Ma il ciclo rimane lo stesso: si scelgono i semi dalla cassetta, si seminano le varietà in giardino o sul balcone, si raccolgono i semi dopo la stagione e se ne riporta una parte in biblioteca.
Le biblioteche che offrono semi si trovano in tutta la Svizzera, ad esempio ad Aarau, Bienne, Coira, Langenthal, Lucerna, Mellingen, San Gallo o Widen
Intervista a Stefano Frisoli, direttore della «Caritas Ticino» – di Laura Quadri
Direttore Frisoli, possiamo ricordare la filosofia di Caritas Ticino?
«Dal 2015, data dell’uscita dell’enciclica di Papa Francesco Laudato si’, passo ulteriore dopo la Caritas in Veritate di Papa Benedetto XVI, che ci ha altrettanto ispirati, abbiamo iniziato un percorso di riflessione sulla nostra esperienza. La cifra caratteristica del nostro operato è l’unione del principio di una economia circolare con quello dell’economia sociale. Dal 2013 ad oggi abbiamo assunto circa 35 persone fino ad arrivare ad un organico di 70 persone, molte delle quali hanno frequentato le nostre misure di inserimento socio-professionale. Nel 2024 siamo riusciti ad accogliere nelle nostre misure circa 1’100 persone, 800 delle quali in disoccupazione, le altre in assistenza».
Dal 2011 “Caritas Ticino” ha anche la sua propria azienda agricola, sul Piano di Magadino, nel cuore del Ticino…
«Per noi l’apertura di questa azienda agricola sociale è stata una grande possibilità di parlare al nostro mondo più cattolico di tematiche importanti. CatiBio nasce infatti dall’idea che la sovranità alimentare, anche in Ticino, sia una realtà possibile. Significa che i territori possono esprimere una loro dinamica produttiva, consona al proprio ambiente. Nei processi mentali, negli orizzonti e immaginari collettivi, in Occidente, è come se avessimo appaltato ad alcune zone del mondo la produzione dentro una logica economia mainstream, perdendo nelle zone più rurali la ricchezza secolare e il sapere dei contadini del posto. L’agricoltura di prossimità, che promuoviamo anche in Ticino, ci dà la possibilità di valorizzazione una serie di prodotti che innescano una logica diversa, dischiudendo la riflessione sul consumo critico e l’importanza della produzione biologica. Significa raccontare la storia di sopravvivenza di un territorio a partire dai suoi prodotti. Nella rinnovata attenzione alla biodiversità, produciamo resilienza: la costante rivalutazione dei prodotti locali senza appeal commerciali».
In questo contesto quanto conta per voi la riflessione sulle sementi?
«Dove c’è una cultura del locale, ci deve essere il diritto alle sementi. È assurdo pensare che ci siano delle zone dell’Africa monopolizzate dai grandi produttori globali, depauperando così il territorio, diminuendo la biodiversità, non lasciando alcunché alla realtà locale: si tratta di un modello agricolo che va assolutamente combattuto. La nostra azienda CATIBIO a S. Antonino è anche un vivaio biologico, nell’idea di una restituzione al territorio di ciò che gli spetta. I vivai ecologici sono più di una pratica, sono un segno culturale e l’invito a maneggiare le sementi e a fare autoproduzione. Caritas Ticino rivendica il diritto all’autonomia e il tema delle sementi è in questo caso dirimente; tanti esempi virtuosi nel mondo ci dicono che una economia diversa è possibile».
Perché il tema delle sementi è importante anche a livello globale e si riconnette al tema della fame?
Il tema della produzione e della commercializzazione e del libero scambio delle sementi ha un ruolo determinante nella grande partita del controllo mondiale delle filiere agroalimentari.
Quando parliamo di sovranità alimentare non facciamo meramente un discorso ideologico e romantico, ma fattivamente ragioniamo sulla possibilità di auto-determinazioni delle comunità di decidere per sé quale tipologia di sviluppo si decide di praticare. E il cibo rappresenta in modo paradigmatico questa dimensione identitaria e originale di mantenere una bio-socio-diversità necessaria per far emergere un alto grado di resilienza, che rappresenta un elemento imprescindibile per assicurare la tenuta delle società. Controllare le filiere di produzione e vendita a partire dalle sementi significa orientare verso il mercato competitivo oramai altamente finanziarizzato, quello che dovrebbe ragionevolmente rappresentare la possibilità di sussistenza delle comunità tutte, rurali e urbane.
Se riduciamo questa questione all’ennesima lotta tra Davide e Golia ossia tra le grandi multinazionali e i piccoli produttori rurali sparsi nel mondo, perdiamo di vista la vera portata di questa disputa che ha a che fare con il concetto di democrazia e di giustizia sociale.