Stefano Liberti

«Contro la corsa alla terra servono leggi vincolanti»

03.03.2017

Lo scrittore e giornalista italiano Stefano Liberti ha scritto il primo reportage sul land grabbing, svelandoci come i legami fra politica e mercato globale stiano cambiando il volto del nostro pianeta. Lo abbiamo intervistato.

Intervista di Federica Mauri, responsabile Relazioni pubbliche e campagna presso Sacrificio Quaresimale

Quando ha sentito parlare di land grabbing per la prima volta?

Una decina di anni fa, ero in Etiopia per un altro lavoro e mi sono imbattuto in un imprenditore che era venuto a informarsi su un programma di affitto di terreni. Proprio in quel periodo, il paese africano era stato tra i primi a mettere sul mercato le proprie terre e, all’epoca, uomini d’affari statunitensi, europei, arabi e indiani stavano accorrendo in massa a capire quali erano le condizioni a cui le terre erano cedute.

Perché ha deciso di scrivere un libro sul tema?

Ho deciso di scrivere un libro perché mi sembrava un fenomeno nuovo che a mio     avviso andava investigato e raccontato, anche per aumentare la consapevolezza       dell’opinione pubblica sul tema.

Da quando è uscito il suo libro, nel 2011, il fenomeno land grabbing è cambiato secondo lei? Come?

È aumentata la consapevolezza, soprattutto nei paesi interessati al fenomeno. Ci sono stati in alcuni paesi movimenti della società civile che hanno bloccato le cessioni di terreni. I governi, in particolare nei paesi meno soggetti a potere autoritario, hanno oggi più paura a fare operazioni di svendita. 

 

Gli investitori hanno trasformato il suolo in una fonte di guadagno. Con quali conseguenze?

Le conseguenze sono molteplici, perché le terre non erano vuote o disabitate, come dicevano i governi, ma erano usate dalle popolazioni locali per coltivare. Inoltre, gran parte dei terreni sono stati usati per produrre beni alimentari diretti all’estero: in questo senso, paesi con una scarsa sicurezza alimentare hanno ceduto un bene strategico a investitori esteri che hanno ulteriormente intaccato la loro sicurezza alimentare. Il caso dell’Etiopia è nuovamente emblematico: il paese ha ceduto le proprie terre migliori a investitori stranieri che ne esportano i prodotti e al contempo riceve sistematicamente aiuti alimentari dall’esterno per nutrire le popolazioni delle sue zone più svantaggiate, soggette a fenomeni di carestia.

Tutti siamo complici involontari: banche e casse pensioni investono così. Che fare?

I principali investitori nelle terre sono fondi pensionistici di paesi occidentali. In questo modo, il piccolo pensionato europeo partecipa alla corsa alla terra. Bisognerebbe quindi chiedere ai responsabili dei nostri risparmi e dei nostri fondi come li utilizzano e capire se vengono impiegati in queste acquisizioni di terreni.

È possibile fermare la corsa alla terra? Come?

È possibile regolarizzarla. Chiedere che questi investimenti siano regolati. Al comitato per la sicurezza alimentare della FAO sono state stilate delle linee guida per investimenti responsabili: alla stesura hanno partecipato sia i governi che le società civili. Queste linee guida prevedono che queste acquisizioni non possono intaccare la sovranità alimentare del paese in oggetto, né comportare lo spostamento delle popolazioni. Sono state votate dai vari paesi ma non sono vincolanti. Perché lo siano devono essere tramutate in legge dai vari paesi.

 

 


Questo articolo è stato pubblicato nella rivista Sguardi, che contiene un supplemento dedicato al land grabbing. È possibile trovarlo qui: www.vedere-e-agire.ch/pubblicazioni