Berna/Lugano, 4 settembre 2017 – L’industria attiva nella produzione di olio di palma è responsabile, in gran parte, dell’accaparramento delle terre e di violazioni dei diritti umani. Dopo aver costatato l’inefficacia della certificazione RSPO (Tavola rotonda sull’olio di palma), Azione Quaresimale e Pane per tutti non vedono che una soluzione: diminuire il consumo di olio di palma. Le due organizzazione di cooperazione internazionale chiedono ai commercianti al dettaglio di ridurre il numero di prodotti contenenti olio di palma sui loro scaffali. Una petizione online indirizzata alle consumatrici e ai consumatori li invita a sostenere questa richiesta.

Circa un prodotto su sei in vendita nei nostri supermercati contiene questa materia prima a causa della sua polivalenza e del suo basso costo. In occasione di colloqui con i grandi distributori svizzeri, questi ultimi si difendono, affermando di usare solo «olio di palma sostenibile». Tuttavia, malgrado la promessa di un olio di palma prodotto in modo sostenibile, oggi sappiamo che la certificazione RSPO non impedisce la distruzione di foreste tropicali, e tantomeno i casi di accaparramento delle terre, come pure le violazioni dei diritti umani nei paesi interessati.

I criteri di certificazione sono troppo vaghi e i controlli troppo blandi. La RSPO poggia su misure su base volontaria e non prevede dunque dei meccanismi effettivi per sanzionare le violazioni. Le direttive non impediscono neppure l’utilizzo di pericolosi pesticidi. Lo scorso anno, in occasione di diverse visite a piantagioni certificate RSPO in Indonesia, Pane per tutti e Azione Quaresimale hanno potuto costatare la gravità della situazione.

Pur trattandosi di piantagioni certificate, risulta che le popolazioni locali e le comunità autoctone non sono state coinvolte nel processo decisionale o a livello di pianificazione, da parte delle imprese e delle autorità. A volte sono perfino state espropriate delle terre con la violenza e il loro diritto alle loro terre ancestrali, pur essendo riconosciuto internazionalmente, è stato violato o sacrificato sull’altare della corruzione.

Anton Widjaya, direttore di Walhi, un’organizzazione partner di Pane per tutti lo testimonia: «Teniamo sotto osservazione delle società certificate RSPO nelle regioni di Kapuas Hulu e di Sintang. Queste imprese violano le regole fondamentali della RSPO: il consenso espresso in precedenza con cognizione di causa da parte delle comunità, il divieto di coltivare in prossimità dei corsi d’acqua, il divieto di reclamare zone di elevato valore di conservazione per la biodiversità (HCV), o di coltivare su terreni con forte pendenza, ciò che implica l’erosione del suolo».

Nonostante i 15 anni d’esistenza, la RSPO non è riuscita ad ottenere il suo obbiettivo di protezione della foresta tropicale. Dalla sua fondazione, la superficie dedicata alle monocolture è aumentata di più del 50% per raggiungere i 19 milioni di ettari (2014). Stando alle cifre della FAO, l’Organizzazione internazionale per l’alimentazione, questa espansione è una delle principali cause di disboscamento delle foreste tropicali. Solo in Indonesia, più della metà delle foreste sono state rase al suolo per lasciare spazio a palme da olio.

In conclusione: solo una riduzione del consumo di olio di palma potrà offrire una soluzione a questo problema. È per questo che Azione Quaresimale e Pane per tutti chiedono ai grandi distributori svizzeri di ridurre il numero di prodotti contenenti olio di palma messi in vendita.

 

Ulteriori informazioni:

Miges Baumann, politica di sviluppo, Pane per tutti,

, 031 380 65 72

Federica Mauri, comunicazione e PR, Azione Quaresimale,

, 079 662 45 22

 

Conclusa la Campagna ecumenica 2017: un bilancio

Lugano/Berna, 17 aprile 2017 – La terra deve essere fonte di vita, non di profitto: questo il messaggio centrale della Campagna ecumenica organizzata quest’anno dalle tre organizzazioni di cooperazione allo sviluppo Azione Quaresimale, Pane per tutti ed Essere solidali. Non si possono privare le persone delle loro basi vitali, radici e identità: una questione questa che ha suscitato interesse e ricevuto sostegno in tutta la Svizzera.

Gli investitori che acquistano terreni sui cui avviano grandi monoculture, privano le popolazioni locali delle loro terre. Non va dimenticato che è l’agricoltura praticata dalle famiglie contadine che nutre il mondo: essa garantisce infatti il 70% della produzione mondiale di derrate alimentari. Nei paesi in via di sviluppo, più dell’80% della popolazione rurale dipende direttamente da questo tipo di agricoltura familiare. Queste basi di sussistenza vanno perse quando si disboscano immense superfici per coltivarvi palme da olio, come sta succedendo ad esempio in Indonesia. Dietro a questi investimenti si nascondono anche banche svizzere. Pane per tutti, Sacrificio Quaresemale ed Essere solidali chiedono quindi agli istituti bancari di ritirarsi dal finanziamento di simili progetti agroindustriali, perché la terra deve essere fonte di vita, non di profitto.

Lanciata in occasione della Campagna ecumenica, l’azione “Terra fonte di vita” ha suscitato un grande interesse nelle parrocchie. Giovani e adulti con grande impegno hanno seminato, piantato e si sono presi cura di molte aiuole rialzate in tutta la Svizzera, contribuendo così a lanciare un segnale forte contro l’accaparramento di terre coltivabili, che resterà visibile a lungo anche dopo la fine della Campagna.

Anche le testimonianze portate da Stefano Liberti, giornalista d’inchiesta esperto di landgrabbing, e di Kartini Samon, collaboratrice dell’organizzazione GRAIN (in Indonesia), durante il loro soggiorno in Ticino, è stata particolarmente arricchente per il pubblico durante le serate a Bellinzona e Lugano, e per le scuole ticinesi che li hanno accolti. Con la loro presenza e raccontando cosa succede in Indonesia e in altri paesi in cui si verificano casi di accaparramento delle terre, i due ospiti della Campagna nella Svizzera italiana hanno dato un volto a un tema complesso, compiendo anche un importante lavoro di sensibilizzazione.

Anche le azioni quali la condivisione di un pasto o del pane, i gruppi di digiuno e la giornata delle rose con 400 luoghi di vendita in tutto il paese, raccolgono sempre ampio consenso fra la popolazione. L’applicazione per smartphone “Give a Rose” permette invece di offrire una rosa digitale anche dopo la fine della Campagna. Uniti alle numerose offerte, tutti questi gesti di solidarietà, come pure l’impegno di molte persone nelle parrocchie, permettono alle tre organizzazioni di cooperazione internazionale di rafforzare il loro lavoro nei progetti al Sud del mondo. Grazie a questa solidarietà e sostegno Pane per tutti, Azione Quaresimale ed Essere solidali possono sostenere le loro organizzazioni partner nel Sud del mondo. Come ha ricordato Lali Naidoo, direttrice dell’organizzazione sudafricana ECARP e ospite della Campagna ecumenica, «l’accaparramento delle terre riguarda tutti. La Campagna è così importante perché solo quando le persone sapranno cosa succede al Sud del mondo, potremo agire insieme».

Maggiori informazioni: Federica Mauri, comunicazione e relazioni pubbliche, Azione Quaresimale, 091 922 70 47

Per i media:

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(www.vedere-e-agire.ch/immagini)

La Campagna ecumenica

Dal 1969 Pane per tutti (l’organizzazione di cooperazione internazionale delle Chiese evangeliche in Svizzera) e Azione Quaresimale (l’organizzazione di cooperazione internazionale della chiesa cattolica svizzera) realizzano ogni anno una Campagna durante i 40 giorni che precedono la Pasqua (quest’anno dal primo marzo al 13 aprile). Dal 1994 vi collabora anche Essere solidali.

La Campagna ecumenica ha come principale scopo quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle ingiustizie: nel mondo più di 800 milioni di persone soffrono la fame. Vedere però non basta, è necessario anche agire. Quali tracce d’azione si propone di: modificare il proprio stile di vita e di consumo, sostenere i progetti che le tre Organizzazioni di cooperazione internazionale realizzano in diversi paesi nel Sud del mondo, partecipare a momenti di condivisione quali ad esempio i pranzi e le cene povere.

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Lo scrittore e giornalista italiano Stefano Liberti ha scritto il primo reportage sul land grabbing, svelandoci come i legami fra politica e mercato globale stiano cambiando il volto del nostro pianeta. Lo abbiamo intervistato.

Intervista di Federica Mauri, responsabile Relazioni pubbliche e campagna presso Azione Quaresimale

Quando ha sentito parlare di land grabbing per la prima volta?

Una decina di anni fa, ero in Etiopia per un altro lavoro e mi sono imbattuto in un imprenditore che era venuto a informarsi su un programma di affitto di terreni. Proprio in quel periodo, il paese africano era stato tra i primi a mettere sul mercato le proprie terre e, all’epoca, uomini d’affari statunitensi, europei, arabi e indiani stavano accorrendo in massa a capire quali erano le condizioni a cui le terre erano cedute.

Perché ha deciso di scrivere un libro sul tema?

Ho deciso di scrivere un libro perché mi sembrava un fenomeno nuovo che a mio     avviso andava investigato e raccontato, anche per aumentare la consapevolezza       dell’opinione pubblica sul tema.

Da quando è uscito il suo libro, nel 2011, il fenomeno land grabbing è cambiato secondo lei? Come?

È aumentata la consapevolezza, soprattutto nei paesi interessati al fenomeno. Ci sono stati in alcuni paesi movimenti della società civile che hanno bloccato le cessioni di terreni. I governi, in particolare nei paesi meno soggetti a potere autoritario, hanno oggi più paura a fare operazioni di svendita. 

 

Gli investitori hanno trasformato il suolo in una fonte di guadagno. Con quali conseguenze?

Le conseguenze sono molteplici, perché le terre non erano vuote o disabitate, come dicevano i governi, ma erano usate dalle popolazioni locali per coltivare. Inoltre, gran parte dei terreni sono stati usati per produrre beni alimentari diretti all’estero: in questo senso, paesi con una scarsa sicurezza alimentare hanno ceduto un bene strategico a investitori esteri che hanno ulteriormente intaccato la loro sicurezza alimentare. Il caso dell’Etiopia è nuovamente emblematico: il paese ha ceduto le proprie terre migliori a investitori stranieri che ne esportano i prodotti e al contempo riceve sistematicamente aiuti alimentari dall’esterno per nutrire le popolazioni delle sue zone più svantaggiate, soggette a fenomeni di carestia.

Tutti siamo complici involontari: banche e casse pensioni investono così. Che fare?

I principali investitori nelle terre sono fondi pensionistici di paesi occidentali. In questo modo, il piccolo pensionato europeo partecipa alla corsa alla terra. Bisognerebbe quindi chiedere ai responsabili dei nostri risparmi e dei nostri fondi come li utilizzano e capire se vengono impiegati in queste acquisizioni di terreni.

È possibile fermare la corsa alla terra? Come?

È possibile regolarizzarla. Chiedere che questi investimenti siano regolati. Al comitato per la sicurezza alimentare della FAO sono state stilate delle linee guida per investimenti responsabili: alla stesura hanno partecipato sia i governi che le società civili. Queste linee guida prevedono che queste acquisizioni non possono intaccare la sovranità alimentare del paese in oggetto, né comportare lo spostamento delle popolazioni. Sono state votate dai vari paesi ma non sono vincolanti. Perché lo siano devono essere tramutate in legge dai vari paesi.

 

 


Questo articolo è stato pubblicato nella rivista Sguardi, che contiene un supplemento dedicato al land grabbing. È possibile trovarlo qui: www.vedere-e-agire.ch/pubblicazioni